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Il business delle armi

Uno dei “silenziosi” retroscena dei fatti di attualità più recenti. Arriva forte il messaggio della “Rete italiana per il disarmo”: “Dopo l’assalto delle navi pacifiste dirette a Gaza, serve una presa di responsabilità anche da parte del nostro paese”.

“Nel corso degli ultimi due anni, le vendite autorizzate verso il governo di Gerusalemme hanno superato complessivamente i due milioni di euro-spiega l’analista Giorgio Beretta- ed hanno riguardato armi di grosso calibro, apparechiature elettroniche, aerei”. Non è tutto: anche l’Italia acquista armi da Israele, negli ultimi due anni per un valore di 50 milioni di euro.

Lo scambio è tutelato da un accordo di cooperazione bellica del 2005, che di fatto non permette un reale controllo, da parte del Parlamento e dell’opinione pubblica, sulla finalità degli armamenti.

L’articolo 11 della Costituzione Italiana vieta, tra l’altro, cooperazioni militari bilaterali non controllate da organismi internazionali come l’Onu, a maggior ragione in aree “calde” come la Palestina, dove l’attenzione dovrebbe essere molto maggiore.

Certo il caso Italia-Israele è solo uno fra i tanti che si potrebbero analizzare. Per questo il business delle armi è una questione etica spinosa e non può lasciarci indifferenti.

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